Trapped in the mirror lo specchio della dignità

Da qualche parte, lontana circa 400km dallo specchio di Jane, dallo specchio di Adam, dallo specchio di Robin c’era Violet. Violet ancora non lo sapeva, ma ben presto la sua vita sarebbe cambiata, finalmente sarebbe uscita da quella routine che fingeva di amare. Le giornate di Violet erano tutte estremamente uguali. Fidanzata da tre anni o poco più si faceva andar bene pure ciò che bene non le andava. Lavorava presso una piccola pizzeria della sua città come cameriera, più sguattera che cameriera. I toni del suo titolare erano al quanto “fuori dalle righe”, ma quel lavoro era costretta a tenerselo stretto, la sua città non le offriva molto e per la crisi di cui tutti parlavano chissà quanto tempo avrebbe impiegato per trovarne un altro. Ventitré anni e sentirne dentro il peso di ottanta, perfino sua nonna Penny sembrava più giovane di lei, almeno dentro, almeno quando si specchiava al suo adorato specchio antico, simile ad un cammeo nella forma. Nonna Penny lo possedeva da ancor prima di sposarsi, ne era gelosa, probabilmente era l’unica cosa materiale a cui tenesse così tanto, probabilmente perché la faceva sentire ancora piena di vita.

Nonna Penny si alzava la mattina presto e si pettinava con la sua spazzola arricciacapelli di quelle ultimo modello, che neanche sapeva utilizzare, ma tutti glielo lasciavano credere, in quanto era fermamente convinta del contrario. Invece i suoi capelli erano tutto fuorché arricciati, ma piuttosto “schiacciati” come li definiva Violet, ma questo a lei non poteva dirlo, non perché si sarebbe offesa, ma soltanto perché vedeva che la faceva sentire ancora giovane, in grado di affacciarsi alla tecnologia moderna. Non più il casco con i bigodini, ormai era superato, nonna Penny adesso aveva l’arricciacapelli. Violet la guardava di nascosto davanti a quel suo specchio rotondo, spiandola dalla porta semi aperta della camera mentre sua nonna cantava ancheggiando un po’, per quanto l’età le concedesse di fare, le canzoni popolari della sua terra. Violet sorrideva e pensava che sua nonna non dimostrava proprio ottantacinque anni, dentro sembrava ne avesse ancora venti. Mentre quello specchio sembrava riportasse indietro nel tempo nonna Penny facendola sentire giovane ogni volta, per Violet guardarsi allo specchio era come un incubo. lunaticreator trapped

Lei si vedeva intrappolata. La sua vera vita, quella che avrebbe voluto veramente vivere era là dentro e le faceva male guardare. Provava rabbia, tristezza, dolore, ma la cosa più brutta è che non poteva cambiare niente, almeno non da sola. Violet non doveva fare i conti solo con un datore di lavoro al quanto maleducato ed arrogante, ma anche con un padre che la ricopriva di botte per ogni volta che sbagliava ed un fidanzato irascibile che era altalenante. Violet era semplicemente in trappola, ma da quella trappola desiderava uscirci.

«Questo mese sono cento euro di meno che ti spettano, perché una settimana fa uno dei forni non era lucido abbastanza» vociò il padrone, guardandosi appunto nel vetro di uno dei forni, sistemando quei pochi capelli che li erano rimasti. «Abbastanza per specchiarcisi» disse con un filo di voce la povera Violet, che avrebbe voluto infilare quella testa grassa e col riporto dentro uno di quei forni e servirlo ben cotto al posto della pizza, ma doveva stare zitta. Prese il suo salario mentre lui le stringeva la mano, gliela scrollò di dosso. Era solo un porco schifoso sia dentro che fuori, e lei sapeva perché ce l’avesse tanto con lei perché era l’unica delle sue cameriere che non si era venduta ai suoi aumenti di stipendio, ma la dignità, quella era forse l’unica cosa che Violet non aveva intrappolato nel suo specchio. Quel maiale invece neanche aveva il coraggio di guardarsi in uno specchio vero e proprio, si guardava solo attraverso il vetro di un forno che non lasciava trasparire niente, alla fine era come non guardarsi. “E grazie di niente” pensò Violet salendo in macchina e mettendo la musica house a palla, mentre si accorse che ferma al parcheggio un cretino in motorino le aveva rotto un fanale dell’auto, adesso non soltanto doveva trovare una scusa per quelle cento euro di meno, ma anche una spiegazione per quel fanalino distrutto. Era sabato sera di ubriachi era pieno in giro ed uno di questi l’aveva trovato lei, uno che gli avrebbe complicato la vita ulteriormente.

«Pà, questi sono i soldi che posso darti questo mese» disse sapendo già a cosa sarebbe andata incontro

«Trecento euro? Trecento euro? Violet, mi spieghi cosa cazzo ci faccio io con trecento euro? L’accordo era di cinquecento. Da solo non riesco a sostenere tutte le spese»

«Il mio titolare mi ha trattenuto cento euro questo mese, quindi invece di ottocento ne ho prese settecento» il suo tono era come sconsolato

«Dammene quattrocento allora, come posso comprare le medicine che mi servono, fare la spesa, pagare l’affitto, le bollette, la rata dell’auto e tutto il resto…»

«Già…l’auto» disse a bassa voce, ma suo padre aveva le orecchie come Dumbo.

«Già l’auto che cosa?» l’aveva sentita, inspirò e poi parlò: «Niente, mi hanno rotto un fanale»

«Che cosa???????» suo padre adesso era incazzato, adesso l’avrebbe menata.

«No, Violet così proprio non va! Prima cento euro di meno ed ora anche l’auto. Ti dirò io le cose come stanno, quella cento euro di meno non è vero che non te l’hanno data è che tu devi darla a Kevin e l’auto sicuramente l’avrai prestata a lui col risultato che ne ha riportato i cocci. Quella sottospecie di ragazzo è soltanto un totale decerebrato ed imbranato che vive a spese tue, e tu sei soltanto una cogliona che si fa usare. Invece di aiutare tuo padre pensi a sostenere un estraneo.»

In quel momento il cellulare di Violet suonò, era Kevin che la incalzava di muoversi a raggiungerlo a casa sua. Era giorno di stipendio e per quanto odiasse suo padre su una cosa aveva ragione Kevin lo sapeva e anche lui voleva la sua parcella per comprarsi la droga, se lei non gli avrebbe dato quanto chiedeva lui sarebbe uscito fuori di testa. Continuava a sentirsi così maledettamente in trappola. Suo padre imprecava, mentre lei si nascondeva per parlare velocemente al telefono, i due si odiavano.

«Era quel bastardo non è vero?» le domandò

«Devo andare» disse senza aggiungere niente

«Andare??? Violet, mi spiace, ma tu stasera non esci!» adesso o dopo comunque le avrebbe prese, sia in un caso sia nell’altro, e quelle di suo padre facevano meno male, le sue mani cominciavano a farsi sempre più deboli dato l’avanzare dell’età. Lei riprese le chiavi dal tavolo d’ingresso e suo padre le diede uno schiaffo di quelli risuonanti, il volto le finì quasi contro la parete. Non faceva tanto male fuori, quanto dentro. Voleva scappare, sì ma per andare dove? Era intrappolata o almeno questo era ciò che credeva lei, ma nella vita tutto può succedere, solo che questo doveva ancora scoprirlo, ancora per poco. «Ti ho detto che non esci!» e giù un altro schiaffo veloce, stavolta dall’altro lato. Avrebbe continuato così ancora per due o tre volte, ormai le sapeva a memoria, oltre le cinque manate suo padre non reggeva il carico e così fu. Aveva il viso scaldato ed arrossato, ma se gliel’avrebbero chiesto avrebbe detto che sarebbe stata colpa dello sbalzo di temperatura dal caldo dei forni della pizzeria alla temperatura gelida che c’era in strada. Stanco, suo padre si sedette e lei uscì. Kevin continuava a tempestarla di messaggi. Dovette correre, passando ad ogni semaforo col rosso, senza metter le frecce, tanto di notte la sua città era deserta, e tutto questo perché da Kevin temeva sul serio di prenderle, le sue sì che erano mani pesanti.

Sudata suonò al citofono, le aprì e con un falso bacio sulla guancia ed una finta dolcezza le chiese:

«Baby, non hai niente per me?»

«Sì, ecco» e mise sul tavolo un taglio unico da due cento, lo stesso tavolo sul quale tagliava la cocaina.

«E brava la mia bimba» e la baciò di nuovo sulla guancia.

Ogni mese lavorava per dieci ore al giorno guadagnando ottocento bigliettoni, di cui a lei ne restavano solo cento, questa volta tutto sommato le era andata bene, in tasca ne aveva duecento. Il suo, tutto denaro che usava per fare shopping e per quelle rare volte in cui le era concesso di uscire fuori con le amiche, giusto appunto per bere una birra o andare una sera in discoteca, il tutto per sopperire ad una vita che non voleva più vivere. Kevin aveva avuto ciò che voleva ed ora era come se fosse in pace con se stesso, tirava strisce di coca su quel suo specchio rotondo. Uno specchio vuoto, senza cornice, piatto proprio come lo era lui, privo di anima. L’unico momento in cui si guardava allo specchio forse, era proprio quello in cui il suo naso inspirava quella polvere bianca, la sua “polvere magica” come la chiamava lui. Lei si rilassava sul divano di pelle nera, pelle che ormai era deteriorata un po’ dal tempo, un po’ dalle unghie del suo gatto. Violet sapeva che Kevin sarebbe crollato, gli capitava sempre dopo essersi fatto. Aveva il terrore di quel ragazzo eppure non riusciva a liberarsene.

«Violet, hai le guance rosse»

«Mh? Ah sì, colpa del caldo, del freddo… gli sbalzi di temperatura»

«Violet non dirmi cazzate! Quello stronzo ti ha picchiata. So che anche se non lo ammetti è così»

«Ma no Kevin, te l’ho detto è la temperatura»

«Violet, sai che odio tuo padre, ma odio ancora di più quando mi racconti stronzate. Solo io posso toccarti, io e nessun altro. Anche farti male, ma solo io posso farlo» Violet sentiva che il suo fidanzato stava cominciando ad arrabbiarsi. Le afferrò il volto con una mano, stringendole forte la mascella mentre le ripeteva se aveva capito, lei continuava a rispondere di sì, ma temeva che le avrebbe fatto male, ma male sul serio. La presa era sempre più forte, quel tanto da sentire i calli sulla pelle liscia del suo viso. Se avesse detto che le faceva male o se gli avesse chiesto di smettere lui avrebbe continuato a maggior ragione, si limitò a dirgli che aveva capito. La sua possessione era malata. La baciò nuovamente sulla guancia, poi, le disse di andare.

Rientrando a casa Violet trovò un biglietto sul tavolo di cucina. Era di suo padre, c’era scritto:

“Scusami, non volevo, ma devi capire… sono solo”

lei ci sorrise su, di quei biglietti ormai ne aveva mille, lo prese e lo mise nel cassetto insieme a gli altri. Doveva capire… Capire cosa? L’unica cosa che realmente capiva era che non aveva più voglia di capire. Suo padre era solo perché i suoi modi lo avevano condotto a restare solo. Aveva portato all’esasperazione la madre facendola ammalare e adesso senza rendersene conto stava perdendo anche l’unica figlia che aveva. Violet sopportava, sorrideva all’apparenza e rispondeva a tono con chi era più debole di lei, ma verso chi avrebbe voluto, verso chi avrebbe dovuto non riusciva a farlo. Si ritrovò in camera sua davanti a quello specchio, quello specchio in cui poteva vedere la sua vera se stessa. Quella di tanti anni fa, quando tutto andava bene, quando Kevin neanche sapeva chi fosse, quando frequentava spensierata il liceo, quando suo padre non soffriva ancora di schizofrenia e sua madre era lì, pronta a sorriderle e a rimboccarle le coperte. La sua “Io” sorridente e felice. Lo specchio di Violet era poggiato per terra, rettangolare, tolto dalla cornice che aveva buttato chissà dove, come se la parte più bella di lei non esistesse più. Lo sollevava da terra poggiandolo sulla scrivania soltanto quando doveva truccarsi, altrimenti restava lì, fermo, immobile, un po’ come lei e quando alla sera infilava shorts e canotta per andare a dormire davanti a quello specchio si inginocchiava e piangeva. Piangeva con le mani poste sopra di esso, quasi come per entrarci dentro, per tornare a vivere quella vita che rivedeva lì dentro, quella vita intrappolata in quello specchio, per lei guardarsi era una sofferenza ed una liberazione allo stesso tempo. La portava lontano verso posti che già aveva vissuto, ma anche vicina, così vicina alla realtà, quella realtà che non voleva più vivere. Era in trappola dentro il suo specchio, era in trappola fuori dal suo specchio e si sentiva sola, ma pur di non esserlo accettava di stare con chi le faceva soltanto del male. Quella notte si addormentò per terra, sdraiata innanzi al suo specchio nella speranza che come Alice cadesse intrappolata in quello che era stato il suo paese delle meraviglie, ripartendo da quei giorni.

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