Professione? Disoccupato

Anche se non si direbbe, essere disoccupato è una professione.

In realtà si dice di persona che non possiede un lavoro, ma la verità è che è l’impiego più arduo del mondo, che non vuol dire difficile, come quello del genitore, ma oltremodo duro.

Quando sei disoccupato e vivi da solo con tutte le spese che gravano su di te, una famiglia lontana che non ha la possibilità di darti un sostegno se non quello morale, tutto risulta essere molto più amplificato e pensi che non occorre diventare inquilino della casa più famosa d’Italia, cioè quella del Grande Fratello, per sentirti fuori dal mondo. Il tuo occhio gigante puntato fisso sempre e solo su di te ce l’hai già tra le mura di quella casa che ogni giorno che passa temi di dover dirgli addio.

Ti sei spostato, hai lasciato ogni affetto ed hai cominciato a contare solo su te stesso, ne hai fatti di sacrifici per migliorare la tua vita, eppure ti sembra di essere sempre al punto di partenza. Interiormente è distruttivo.

“Non è giusto!”

Questa è l’unica frase che ti ripeti continuamente nella testa per tutti quei mesi, per tutti quei giorni, per tutti quegli attimi in cui un lavoro lo cerchi disperatamente, quasi come se fosse il sale della vita, ma non lo trovi.

La città in cui vivi è tempestata di tuoi curricula, ti manca solo di attaccarli ai pali della luce o sui cestini dell’immondizia, oppure nelle pensiline alle fermate dei tram. Chiunque sa che sei in cerca di un lavoro, un lavoro di qualunque tipo purché sia onesto e ti permetta di vivere e non più di sopravvivere. Perché tu te lo meriti, come chiunque altro si trovi nella tua posizione. Chiunque è a conoscenza di questa tua ossessiva ricerca, chiunque lo sa, ma nessuno ti aiuta.

Coloro che potrebbero farlo non ci mettono la faccia pure se sanno chi sei, pure se sanno della tua serietà, pure se sanno di quanto sia importante per te restare dove sei e di quanti sforzi tu abbia fatto per rimanere dove sei, semplicemente a casa. Loro sanno di poterti aiutare, ma per menefreghismo non lo fanno. Del resto come mi ripeteva sempre mia nonna: «La pancia piena non pensa a quella vuota». Le persone che conosci, quelle con le quali ti fermavi un anno fa a bere un aperitivo al pub, quelle con cui lavoravi che ti chiamavano “amico” sono proprio quelle che si sono dileguate per prime, quelle che non ti chiamano mai, e se non le cerchi tu hanno anche da rimproverarti il fatto che sei sparito. Quei pochi amici veri che hai li conti sulle dita di una mano e magari se guardi bene te ne avanzano anche un paio. Loro ti ascoltano e ti ascoltano e ti ascoltano, non smetterebbero mai di ascoltarti, anche se sentire i tuoi lamenti li fa bruciare di rabbia perché vorrebbero vederti felice. Vorrebbero aiutarti, ma non hanno i mezzi per farlo, perché molto spesso sono in una situazione simile alla tua e forse è per questo che ti prestano attenzione, perché ti capiscono sul serio, perché stanno vivendo qualcosa di analogo, perché li aiuta a non sentirsi soli, perché non vogliono che tu ti senta solo. Ma tu solo ti ci senti lo stesso.

Sei solo.

E’ questa l’amara realtà e nessuno può capire fino infondo cosa si prova. Nessuno se non tu.

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Sei Solo e Stanco

Sei solo quando torni a casa e vorresti ricevere una parola di conforto, qualcuno che ti spinga la speranza verso l’alto, che ti distragga, che ti faccia ritrovare quell’euforia che a volte fingi di avere, solamente per non far pena a gli occhi degli altri. Sei solo quando vai a dormire e non c’è nessuno che ti stringa forte fra le braccia, che ti trasmetta tutto l’affetto di cui hai bisogno, perché probabilmente è quella la cosa che più ti manca, il calore umano. Generato da una carezza, da un abbraccio, da una pacca sulla spalla, quel qualcosa di così essenziale che non lo vendono al supermercato, però dovrebbero. «Vuole un etto di affettato?» «No, grazie oggi preferirei un etto di affetto» sarebbe bello poter rispondere così al proprio salumiere e consumare quell’etto di affetto a piccolissime dosi, quasi presi dal timore di sprecarlo, controllarne la conservazione per paura che si deteriori. Sei solo quando devi alzarti al mattino e ci sono giornate in cui fai una fatica bestiale. A volte perché sei stato colto dall’insonnia dei pensieri che fanno la guerra anche nei tuoi sogni e non ti lasciano in pace, altre perché resti a fissare il soffitto per ore ed ore ed ore, ma non ci vedi altro che il bianco dell’intonaco, al massimo una vita che non hai, tipo qualcuno che ti prepari il caffè. E così, resti lì, sdraiato, inerme, finché non conti fino a tre per ripetute volte, che sommando quel tre è diventato un trecento, poi raccogli le energie e ti alzi, ma ci sono volte in cui le forze ti abbandonano completamente. In te si mescolano agitazione ed angoscia, che sfociano in disperazione liberata da un pianto straziante. Quante sono le lacrime che versi… tante, troppe, sembrano non finire mai, illimitate e lunghissime, pare quasi che al tuo interno esista una tanica a rifornimento continuo, ogni tanto ne chiudi la valvola, poi si riapre automaticamente, pure se non vuoi. Quando poi le lacrime vengono accompagnate dalle urla che soffochi sul cuscino, ti sembra quasi di aver toccato il fondo e se dovresti disegnare l’immagine di te stesso sarebbe quella di una persona stesa al suolo che striscia con l’aiuto dei propri gomiti. lunaticreator disoccE’ così che ti senti in quei momenti e solo tu sai cosa vuol dire.

Non hai scelto tu di vivere nel precariato per anni, una situazione che ti stronca la vita, che ti ruba anche la gioia di vivere. Che ti pone all’angolo, fra gli ultimi, col terrore che arrivi la fine, che tocchi il turno del tuo giudizio, dove un boia ti aspetta per decapitarti. Un boia che rappresenta un sistema governato da chi non è mai stato dal tuo lato e per questo genera leggi assurde, incomprensibili e complesse, apparentemente ammalianti, sono in verità illusorie fregature, ma quell’ “uomo” dalla testa coperta questo non può capirlo, lui non sa cosa significa esistere su quel ciglio della strada, è sempre stato dalla parte opposta e probabilmente non lo scoprirà mai. Mentre aspetti, preghi e speri che nell’attesa avvenga un miracolo che ti salvi, che migliori la tua condizione, perché non l’hai deciso tu, ci sei semplicemente capitato in mezzo per caso, con un biglietto che riporta un numero, perché è quello ciò che diventi non più una persona, ma un numero.

Sei un numero ai colloqui, sei un numero ai centri che supportano o che dovrebbero supportare la tua categoria, sei un numero quando invii la tua candidatura tramite siti che riportano il numero di iscritti, a volte quella cifra porta anche quattro zeri e pensi “Vabbè, guarda quanti siamo, figuriamoci se visioneranno mai il mio curriculum vitae”.

Curriculum Vitae” hanno utilizzato una frase latina così imponente, quasi affascinante per dire “Corso della Vita

Corso della Vita, ma allora non andrebbero indicate le esperienze professionali, gli studi e le competenze, ma piuttosto i sacrifici, il sudore, la tristezza, il dolore, felicità e sorrisi qualora ci fossero stati, questa sarebbe la corretta espressione di un curriculum e non un banale elenco dei lavori svolti che in sostanza non esprime niente di ciò che è stato il nostro percorso, ma che è più paragonabile ad una lista della spesa.

Ed è una lotta, una lotta continua, dentro e fuori dal coro. Dentro perché le persone tra di loro non sono solidali, ma se potessero ti pugnalerebbero anche solo con lo sguardo per eliminarti. Sei un candidato, una possibile scelta, un rivale e quindi un nemico che possa portargli via il “posto”, ovvero quell’opportunità su un milione di poter cambiare in positivo il proprio “essere”. Fuori perché torni a sentirti solo quando compi i tuoi giri di consegna di quel pezzo di carta che in breve spiega chi sei, o meglio cosa sei, e coloro che lo ritirano ti guardano alcuni con pietà, altri con indifferenza. Fuori perché torni a sentirti solo quando esausto per distrarti pulisci casa e senza un valido motivo riordini l’armadio, come se volessi portar ordine nella tua esistenza. Lasci la televisione accesa che risulta essere l’unica concreta compagnia che non ti induca a sfiorare la pazzia di cominciare a parlare da solo, e così facendo zapping impari il palinsesto a memoria. Quello della mattina con tutti quegli innumerevoli programmi di cucina che sembra quasi sia ogni giorno Natale, mentre tu continuamente fai scorta di viveri perché temi di restare sempre senza, anche se poi mangi un quarto di tutto ciò che compri e te lo protrai nei mesi fino alla scadenza e quindi da buttare; quello del pomeriggio dove si parla ripetutamente della stessa cosa anche se in forma diversa, a volte in cronaca nera, altre in rosa, comunque sia si tratta sempre di indagare sulla vita di altri individui, come fossimo assetati di una curiosità sbagliata che ci distrae soltanto dalla realtà; quello della sera che oscilla fra film sempre uguali, fiction interminabili e reality show, uno per sera nel caso ti venisse nostalgia, non sai il perché, ma te li vedi tutti. E’ come un cosmo parallelo, gente che litiga per futili motivi, mentre tu non sai come pagare la bolletta della luce o la rata dell’affitto e sopravvivi con l’acqua alla gola ad ogni scattare del mese, in cui emetti un sospiro di sollievo e pensi “Anche questo mese ce l’ho fatta”. A volte inciampi anche nella scaletta della notte che ripercorre quella pomeridiana ed è un po’ come la visione delle tue ventiquattrore, tutte maledettamente uguali.

Quando sei disoccupato e vivi da solo il tempo è il tuo peggior nemico.

Diventa eterno e contemporaneamente breve. Troppo poco quando ti è permesso di avere dei rapporti umani che esulino dalla tua indagine, è quasi come “uscire” dalla NON normalità, da quello che è il tuo quotidiano. Diversamente, sembra inesauribile quando quella tua stessa routine ti riconduce ad isolarti. Il tempo è padrone e ladro del tuo tempo. Ti obbliga ad accelerare, ti conduce verso la depressione per ogni volta che ti deruba di istanti preziosi che non torneranno mai più indietro. Sei spaventato.

Sei solo. Sei stanco. Solo e stanco.

Stanco nella testa, nel cuore, nell’anima. Sempre trainando il tuo corpo attraverso la vitalità delle tue braccia continui a pregare augurandoti che…

Domani sarà migliore e tu sarai migliore, come un bel film che lascia tutti senza parole e vorresti che fosse oggi in un attimo già domani.

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