Only in the mirror lo specchio della tristezza

Il citofono suonò alle otto e un quarto del mattino mentre Jane si preparava per uscire di casa. Doveva recarsi dall’altra parte della città per portare a riparare il suo cellulare. Chi poteva essere a quell’ora?

«Chi è?»

«Jane! Ieri sera ho continuato a scriverti e chiamarti, ma il tuo numero risultava sempre irraggiungibile, mi hai fatta preoccupare! Sono passata per sapere come stavi e per ricordarti del nostro pranzo di oggi, ti conosco fin troppo bene e temevo ti fossi dimenticata. Allora mi raccomando, puntuale!» Era Natalie.

«Ciao Naty. Scusami, ma il mio telefono si è rotto, ti avrei avvisata questa mattina in qualche modo, ma come sempre tu mi hai anticipata… non so quanto impiegherò per risolvere questo problema visto che il negozio in cui devo portarlo è dall’altra parte della città e che comunque entro oggi devo trovare una soluzione, quindi per il nostro pranzo ahimè dobbiamo rimandare… scusami ancora…»

«Figurati… scrivimi appena riavrai il tuo telefono. Ok?»

«Ok. Tranquilla. Un bacio. Buona giornata»

«Anche a te. Ciao. Scappo.»

Mentre Jane terminava di vestirsi Natalie si dirigeva a passo spedito verso la fermata del pullman.

“Bene, dopo essermi fatta non so mai quanti chilometri per raggiungere questo buco di negozio mi tocca anche aspettare un paio d’ore affinché lo aggiustino è quasi ora di pranzo ed il mio stomaco stranamente comincia a brontolare per la fame… nell’attesa cercherò un posto in cui pranzare” così rifletteva fra sé e sé Jane, mentre camminava fra le strade di quell’inquinata città. Il suo sguardo fu colpito da un locale all’angolo della strada. Una pizzeria, di quelle con le tovaglie rosse di carta e pochi tavolini esposti, la riconobbe subito. Era la pizzeria in cui per la prima volta era uscita a cena con Robin, era stato per il giorno del suo compleanno durante il loro primo anno di fidanzamento. Come poteva dimenticare…anche perché oltre quella non ce n’erano state tante altre. Così in un unico sospiro decise di entrare.

«Buon giorno» disse con tono squillante togliendosi gli occhiali da sole neri

«Buon giorno Signorina»

«Vorrei fermarmi qui per pranzare, ma sinceramente…» abbassò il tono della voce sporgendosi verso l’altra parte del bancone per farsi udire soltanto dal pizzaiolo che l’aveva salutata all’entrata, mentre i camerieri si spostavano velocemente per servire le comande. Il pizzaiolo dall’aspetto simpatico si avvicinò a lei porgendole ascolto e Jane continuò: «Dicevo, ma sinceramente non mi va tanto di mangiare la pizza per caso avete qualche alternativa?» Il piazzaiolo oltre che simpatico si dimostrò gentile e rispose: «Che problema c’è?!? Certo che abbiamo delle alternative, ma io ti consiglio il cosciotto di pollo al forno con l’insalata, fidati cara è buonissimo! Accomodati pure dove vuoi, ti faccio portare subito il menù dal ragazzo» le fece l’occhiolino e Jane gli rispose con uno dei suoi solari sorrisi. Poteva sedersi dove voleva, ma lei si ricordava perfettamente anche dove si erano seduti quella sera di tanti anni fa e quando vide che quel tavolo in fondo alla sala era libero non esitò un secondo, fu proprio lì che prese posto. Il pollo era veramente eccellente, probabilmente uno dei migliori che Jane avesse mai mangiato e quell’insalatina era davvero freschissima, quel piazzaiolo dopo tempo era riuscito a stimolare il suo appetito e a farla mangiare con gusto. Mentre si impegnava a pulire minuziosamente la sua pietanza usando coltello e forchetta la sua attenzione cadde su una coppia di ragazzi, probabilmente colleghi di lavoro, dato che il posto era situato nei pressi di molteplici uffici e che era ora di pausa. Entrambi giovani, indossavano abiti casual e discorrevano di faccende private che riguardavano un certo Sam, presumibilmente erano anche amici, o almeno questo si poteva dedurre dal loro rapporto confidenziale. Jane rimase colpita da quanto in proporzione la ragazza mangiasse maggiormente rispetto al suo commensale. Era rimasta impressionata di come una ragazza così magra, anzi piuttosto secca, potesse ingerire tutta quella roba in così poco tempo, si domandava dove la mettesse… poi capì quando la vide alzarsi ed andare subito dopo in bagno con così tanta fretta senza neanche aver toccato un bicchiere d’acqua. Sperava di sbagliarsi, ma quasi certamente era andata a vomitare. Provò una forte compassione e si domandò perché una ragazza così giovane e carina dovesse commettere un atto del genere nei confronti del suo corpo? Perché dovesse indursi a stare male? A farsi del male? In cosa non si piaceva? In cosa temeva di non poter piacere? Eppure dal suo racconto sembrava vi fosse del tenero fra lei e questo Sam. Tutto ciò le fece tornare alla mente il suo amico Gregory, lontano anche lui fisicamente da lei, ma mai dal suo cuore.

Insieme a Jacob erano praticamente un trio inseparabile. E ripercorrendo alla memoria, l’ultima volta che si erano visti allegramente in uno dei punti più alti della loro città ammirandone il mare in una soleggiata domenica mattina autunnale durante la sua penultima visita, sorrise nel ricordo di aver visto i suoi due migliori amici felici, ma poi continuò a domandarsi come mai Gregory dopo così tanti anni non era ancora riuscito ad abbattere le barriere dentro di sé, della sua timidezza. Aveva soltanto bisogno di essere scosso, ma forse il problema era che lui non voleva esserlo. Aveva paura ad uscire allo scoperto. Paura di soffrire. Jacob non voleva restare sulla retta via, mentre Gregory neanche desiderava prenderla una via. Jane non poteva fare a meno di pensarci, uno non rispondeva perché non voleva buoni consigli e l’altro perché neanche gli interessavano. Fatto sta che l’altruismo incessante e forse per certi versi anche invadente di Jane tornava a farsi sentire ed anche se distanti avrebbe tanto voluto stargli accanto, ma a volte le persone hanno bisogno di riflettere restando sole con se stesse mentre gli altri devono tenersi pronti ad accoglierli nel momento in cui decidano di aprirsi. lunaticreator onlyGregory si vedeva solo nel suo specchio cupo, anche se secondo Jane non riusciva a vedersi affatto. Si vedeva ricolmo di difetti, difetti che in realtà non esistevano, ma che erano suggeriti soltanto dalla sua errata opinione che gli altri avevano di lui. Una volta la barba era troppo lunga, un’altra volta era troppo corta, un’altra volta neanche l’aveva, così come per i capelli o per qualunque sua altra virtù fisica, lui comunque non si piaceva mai abbastanza, proprio perché si preoccupava troppo di piacere a gli altri, di andare bene, ma non aveva capito che

chi ti vuole bene realmente non ti giudica per chi sei, ma per quello che sei.

L’aveva visto essere molte e nessuna persona, cambiare ogni anno in base alle mode e rivoluzionare il suo stile di vita secondo cosa poteva attirare maggiormente l’attenzione, ma la sua personalità, quella impercettibile, a volte fragile, profondità che possedeva non era mai riuscito a tirarla fuori completamente se non con chi lo conosceva bene veramente, poi a causa della sua timidezza cominciò ad affogarla nell’alcool, dimagrendo ogni giorno di più finendo quasi con lo scomparire. Beveva in compagnia, beveva da solo, più da solo che in compagnia. Rimanendo per numerose sere chiuso in casa, cancellava quel suo senso di solitudine a volte in una bottiglia di vino, altre in una di birra, di whisky, di grappa, di rum, andava bene qualunque cosa possedesse comunque un grado alcolico abbastanza alto per annebbiare la sua mente e sentirsi completo, per stare bene con se stesso, solo così riusciva a sentirsi stupidamente a suo agio. Gregory era solo perché da solo si ostinava a stare e se non fosse cambiato qualcosa prima o poi da solo ci sarebbe rimasto sul serio finendo con l’annientarsi con le sue stesse mani. Non gli mancava niente eppure a lui sembrava mancasse tutto, mancare di tutto. L’unica cosa che doveva fare era soltanto avere un po’ più stima di sé, almeno quel tanto che basta per piacersi e piacere.

Jane aveva ridotto a brandelli il suo tovagliolo, come se ci avesse scaricato sopra la rabbia dei suoi ultimi pensieri, quando poi venne distratta dalla voce della cameriera che le chiedeva se desiderava il caffè.

«Mh…come? Ah, il caffè, scusa…no, grazie sono a posto così» disse tornando alla realtà.

L’orologio appeso alla parete della stanza segnava che era quasi giunta l’ora indicatagli dal negoziante per il ritiro del suo telefono portatile e quindi era meglio avviarsi. Si diresse alla cassa, pagò e salutò il pizzaiolo con la promessa che sarebbe ritornata magari una sera con gli amici. Uscendo si soffermò a guardare nuovamente quel tavolo infondo che si intravedeva dall’esterno, un po’ nascosto come lo erano i suoi ricordi di un fidanzamento ormai lontano, passato, ma comunque con un piccolissimo riposto piacevolmente celato, mentre ciò che le si leggeva in un esplosione di colore attraverso i suoi occhi speranzosi era di tornare lì un giorno con Adam, tutto avrebbe acquisito una luce diversa, la luce della sua spontanea allegria.

Il problema telefono sembrava essersi risolto almeno apparentemente. Non funzionava alla perfezione come prima, ma almeno andava… almeno non era più fuori dal mondo. Aveva camminato per ore e quando arrivò a casa non vide l’ora di sdraiarsi per riposare. Sistemò gli alimenti che aveva comprato durante la strada del ritorno e mentre inseriva le lattine di salsa nella dispensa, dal ripiano superiore cadde a terra un calice scheggiandosi da un lato. Era uno di quei suoi due amati calici da vino che aveva comprato apposta per le sue cene romantiche a casa con Adam, di quelle che amava preparare solo per lui. Uno di quei due calici che li aveva visti protagonisti della loro ultima cena a lume di candela, di quella loro cena natalizia prima delle vacanze. Per Jane quella era stata una notte indimenticabile e quei bicchieri ne erano la testimonianza, per lei erano veramente troppo importanti. Nonostante li avesse pagati un euro al mercato facendo un affare non era tanto per il fatto che fossero in vero cristallo di Boemia, quanto l’importanza nel ruolo che lei gli aveva dato, in qualche modo per lei rappresentavano Jane ed Adam, dovevano essere i testimoni silenziosi, ma preziosi dei loro incontri segreti e le sarebbe bastato guardare quei bicchieri per ogni volta che avrebbe voluto ripercorrere quelle stesse emozioni. Le piaceva vederli lì, avanti a lei, insieme. Adesso uno si era incrinato ed in quell’incrinatura Jane ritrovava il suo cuore, non poteva far niente per ripararne il danno, ed era come se l’altro calice provasse tristezza nell’assistere a quella scena, nel vedersi da solo riflesso nella vetrina. Non poté resistere, per lei quella scena era quasi straziante e così ne fotografò il momento come a voler cogliere l’essenza di quel bene mai confessato, ma che c’era da sempre stato. Quella sicurezza dell’esserci senza ombra di dubbio aveva portato ad un darsi per scontato, si era sfaldata e solo adesso i due bicchieri se n’erano accorti. Mentre Jane nella realtà continuava a ripeterlo perché il suo timore costante era che prima o poi sarebbe accaduta la stessa identica cosa.

Rendersi conto di quanto si vale, solo quando ci si perde.

Questa per lei era l’ultima delle cose che avrebbe voluto scoprire. Ascoltò “Take me to Church” di Hozier uscire dalle cuffie del suo cellulare e fu per lei come la colonna sonora di quell’ultimo saluto tra i suoi due calici, della loro ultima notte insieme.

Si addormentò osservandoli mentre lunga sul suo viso scese una lacrima. Ad Adam sarebbe sembrato stupido, avrebbe semplicemente pensato che alla fine si trattava soltanto di un bicchiere, ma per lei era molto di più, il valore che ne aveva dato era di gran lunga superiore, ma lui di certo questo non si sarebbe neanche sforzato di capirlo.

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