Mobbing? No, grazie!

Quando firmi un contratto di lavoro dovrebbero scriverlo tra quelle frasi incomprensibili di cui non si capisce niente che è prevista la possibilità di mobbing. Avete presente quelle postille in minuscoli caratteri di colore nero, a piè di pagina? Quelle a cui nessuno bada, e se chiedi cosa sono ti viene risposto che sono diciture obbligatorie di legge, in poche parole neanche chi ti propone il contratto sa veramente cosa siano e per questo utilizza una frase di circostanza. E’ un po’ come quando lavori per aziende multinazionali che attribuiscono ruoli in lingua inglese che tradotti non indicano niente solo per sentirsi più importanti degli altri. Perché in realtà tutto regna intorno a questo, all’IMPORTANZA. Si è qualcuno solo se si hanno followers, è così tra i social, ma se ci si sofferma a riflettere è così anche nella vita reale. A lavoro per esempio se sei ben seguito sai perfettamente che non subirai mobbing, è un po’ come a scuola se stai in disparte, se sei “diverso” oppure “strano” sei facile preda di bullismo, se invece ergi fra la massa non tanto per qualità o carisma, ma per timore e gli altri ti guardano quasi con venerazione allora sai che niente e nessuno potrà sfiorarti, tu sei un boss e non puoi essere toccato. Io ho fatto parte invece di quelle persone rispettose e riservate che non cercano di ergere, ma piuttosto di emergere, di quelle che se spiccano per intelligenza e personalità, allora vanno eliminate perché considerate ostacolo.

Di quelle, vittime del mobbing. 

Spesso ultime arrivate a cui si lasciano le scartoffie che per anni nessuno ha mai voluto smaltire, di quelle a cui si danno i lavori più degradanti, gli orari più assurdi con la classica scusa che si deve fare la gavetta, peccato che a volte la gavetta la si fa già da anni, solo che per colpa di improponibili contratti da anni si passa da un’azienda all’altra ed è come se si ripartisse sempre da zero e il tempo speso precedentemente non servisse a niente. Tutto si azzera e si riparte da capo. Purtroppo però quando subisci il mobbing ripartire incute sempre paura. Vivi con l’ansia del giudizio, col terrore di non andare bene, di non essere adeguato, di dover perennemente dimostrare quanto vali, ma con l’ossessione di non fare troppo al fine di non indurre nell’errata idea di voler soffiare il posto a qualcuno gerarchicamente al di sopra di te. Senti tutti gli occhi puntati addosso anche se a volte è solo una tua sensazione, ma come si dice, le sensazioni non mentono mai… Mantieni le distanze, ma cerchi contemporaneamente di legare, non troppo altrimenti rischi di pavoneggiare e che il tuo comportamento venga frainteso. Devi adottare quelle che si definiscono mezze misure e spesso ti sembra che tutti sanno come si fa, tutti tranne te. Dentro temi di non essere apprezzato e che l’opinione pubblica possa stroncare la tua carriera sul nascere. E’ per questo che non risparmi mai un buongiorno o un buonasera, ricordandoti di dare del “Lei” o del “Voi” rigorosamente con la lettera maiuscola, perché guai a dimenticarla, si subisce un’ammonizione da cartellino giallo, però non da sembrare eccessivo altrimenti vieni catalogato come leccapiedi, d’altro canto non puoi neppure permetterti di avere anche solo per un’ora un sentore di stanchezza altrimenti sei carente, per cui guai dimenticarsi di salutare, pure se non vorresti, pure se qualcuno non lo tolleri proprio, passeresti da snob, ed infondo chi ti credi di essere?!?! Nessuno Signori, nessuno. Solo una comune mortale che come altri miliardi di “stronzi” chiede semplicemente la serenità di un lavoro per poter essere indipendente. Del resto il lavoro dovrebbe essere un diritto di tutti ed è proprio su questo che si fonde il primo articolo della nostra Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” così cita, ma non spiega quanto e come sia difficile trovarne uno e riuscire a conviverci. Il mobbing è spesso difficilmente dimostrabile, mentre il tuo corpo mostra evidenti segnali di disagio interiori. Situazioni di stress estremo: sovraccarico di lavoro, ossessivi controlli, sensazione di inadeguatezza, isolamento forzato. Quando il capo ti prende inspiegabilmente di mira, perché magari tu più giovane, più sveglia o con più esperienza e il resto del team lo percepisce ti accorgi ben presto che non fai più parte del gruppo, ma ti ritrovi sempre più isolato, restando anche vittima di scherzi. Sei uno contro tutti, contro quei tutti che non prenderanno mai le tue difese, che non sfodereranno mai la spada della giustizia, ma piuttosto la lingua del “leccaculismo”, quei tutti privi di personalità che come pecore formeranno un gregge guidato da un dittatore insicuro. A loro interessa il posto fisso, a lui la soddisfazione di essere riconosciuto come capo. E quando vieni catalogato come elemento di fastidio, significa che devi essere tagliato fuori dall’organico. E’ così che comincia la tua guerra, a volte vieni declassato dai tuoi compiti, altre sono stesso i tuoi compiti a declassare te. Per non perdere neanche un istante del tempo che ti occorre per produrre il massimo eviti perfino le pause che per legge ti spettano, ecco che così sperando di recuperare punti di valutazione, ti ritrovi a smarrire te stesso. La tua mente non ascolta più il tuo corpo, ma solo il terrore di un’inquisizione ingiustificata. Per quanto lotti se la decisione è presa tu non hai voce in capitolo, il tuo presente, il tuo futuro sono nelle mani di chi comanda la nave che sta attaccando la tua vita. Porti a casa il nervosismo che si crea a lavoro e diventi intollerante al genere umano. Ti infastidiscono le parole ed i gesti di chiunque ed il pianto è l’unica consolazione che trovi, perché nessuno sembra realmente capirti. Ti senti spinto come una pallina da flipper, come se tutti invadessero la tua esistenza toccandola pur senza sfiorarti e nel tuo cuore regna un senso di insoddisfazione. Temporeggi restando a casa il più possibile, perché per quanto assurdo la malattia è l’unica arma di difesa che possiedi. Quando sei vittima del mobbing per riemergere occorre fermarsi e soffermarsi su quello che può essere il male minore. Occorre staccarsi da ciò che ci rende infelici e per quanto difficile provare a ricominciare, pure quando sembra impossibile perché privi di entusiasmo, perché considerati troppo grandi, oppure inesperti, pure quando riemergere vuol dire rischiare per un mutuo o un affitto da pagare, pure quando si è costretti a sopportare perché altre vite, quelle dei nostri figli, dipendono dalla nostra mansione. Ecco perché lavorare dovrebbe essere un diritto e non un privilegio, per far fronte a quei doveri a cui ognuno di noi sia permesso scegliere di avere, senza essere obbligati a rinunciare.

2 thoughts on “Mobbing? No, grazie!

  • 19 ottobre 2016 at 0:51
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    Un tema molto delicato in una complessa società ancora legata a luoghi comuni e paradossi. Ci vuole tempo, energia e persone che abbiano la voglia e le spalle di raccontar, per poter un giorno superar quel che c’3 di brutto in questa misera, ignoranza di comunità.

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    • Julymrj
      19 ottobre 2016 at 17:10
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      Sicuramente le mie “spalle” sono abbastanza grandi per raccontare… io penso che ci voglia la tenacia di non arrendersi ad esternare, perché chi parla spesso è scomodo, mentre chi sta zitto si lascia vivere da situazioni di comodo, ma almeno non disturba. Penso che dovrebbe esser data l’opportunità a chi ha da dire di poter parlare, soprattutto in un mondo dove ormai si evita e si camuffa con notizie che offuscano la mente.

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