Lettera di abuso

Ciao Adam,

oggi mi trovo a scrivere a te, a te che per due anni e mezzo hai approfittato della mia esistenza, abusando del mio corpo e della mia mente. Oggi finalmente trovo il coraggio di mettere nero su bianco il dolore fisico e psicologico che mi hai inflitto.

Oggi finalmente, trovo il coraggio di urlarti contro tutto il male che mi hai recato.

Ti sei avvicinato a me con l’inganno, facendomi credere di volermi aiutare. L’hai fatto per più di una volta, quando invece cercavi solo il tuo interesse. Da qui, il tuo abuso mentale.

Ricordo quell’estate di qualche anno fa, hai approfittato della mia debole posizione, della mia fragilità interiore, della mia solitudine. Soggiogandomi mi hai fatto credere di essermi amico, soggiogandomi mi hai fatto credere di volermi bene, un bene che in realtà celava altro. Ero indifesa, abbandonata e tu hai saputo approfittare del mio essere esile. Ti ho dipinto come il salvatore della mia esistenza perché offuscavi la mia mente con parole dolci che non avevo mai sentito, parole che nascondevano fini oscuri. Come fa un ragno che intrappola la preda stavi tendendo piano piano i fili della tua ragnatela. Mi rivolgevi attenzioni, premure, complimenti e carezze che mi hanno indotto a fidarmi di te. Ai tempi ero una preda facile, uscivo da una lunga storia che mi lasciò spezzata. Debole e fragile, queste sono le sensazioni che ricordo di aver avuto. Hai avuto la furbizia di captarle e da bravo stratega quale sei di comprendere quali fossero le armi migliori da sfoggiare per rendermi la tua schiava sotto ogni punto di vista. Ti è bastato darmi la protezione che non ho mai avuto, ma che mi sono sempre creata, l’illusione che ci saresti sempre stato. Ti è bastato regalarmi cene, pranzi, telefonarmi per sapere come stavo o se avevo mangiato, scrivermi “poggiati sul mio petto” e augurarmi la buona notte.

Ti è bastato capire quali fossero le mie insicurezze e donarmi false attenzioni per farmi innamorare di te. Da qui, il tuo abuso fisico.

Con dolore ricordo ancora la nostra prima volta. Un dolore che non si cancellerà mai. Ero incerta sull’appartenerti, qualcosa dentro mi suggeriva che a te interessava avere solo il mio corpo. Al mio rifiuto dicesti: “Probabilmente avevo capito male. Ma io non posso esserti amico. Non soltanto amico.” Ci lessi note di speranza, ci lessi un innamoramento che non c’era, il mio cuore illuso percepì il tutto in una frase che indicava niente. A quel punto avrei voluto fare l’amore con te, ma a te piaceva fare altro… mi raccontasti di essere stato in cura da svariati psicologi, il tuo problema era una mancata erezione con l’uso del preservativo, ma non eri riuscito a venirne fuori. Sentii di prendermi io cura di te. Volevi non usare precauzioni, ne valeva del tuo orgoglio maschile, ma ciò che fosse la tua vita privata per me era un totale mistero, mi regalavi un apparenza che ti mostrava come ciò che adesso so che non sei. Iniziai a baciarti, ma a te non andava, mi prendesti da dietro e cominciasti a farmi quel dolore con cui ho convissuto per lungo tempo, probabilmente troppo. Non ti importava di me, non ti interessava del male che mi recavi. Continuavo a gridare con sofferenza, ma tu facevi finta di non sentire, il tuo eccitamento era così elevato che soddisfatto pensavi solo al tuo orgasmo, mentre io piangevo e ti dicevo basta. Sentivo spingerti da dentro, all’interno di quel profilattico la tua erezione era ciò che per te più contava. Io ti stavo recando benessere, tu a me distruzione. Dopo aver eiaculato soddisfatto ti sdraiasti e mi dicesti: “Sei perfino riuscita a farmi essere dolce” mi baciasti sulla fronte e con tutta fretta mi incalzasti di rivestirmi. Per quel pomeriggio del 20 settembre il mio tempo era finito. “E’ stato speciale. Ci sentiamo presto” mi sussurrasti, scaricandomi sul marciapiede di fronte al metrò. Per me era stato un incubo che non avevo il coraggio di vedere.

Mi allontanai piangendo dal tuo sorriso crudele, dalle tue sopracciglia arcuate, dai tuoi occhi di tenebre. Come un pomeriggio da non ricordare. Da qui, il tuo abuso alla mia vita.  

Pensavo che non ci saremmo mai più rivisti, il centro sportivo che aveva visto protagonista il tuo incessante corteggiamento non era più il mio luogo di lavoro dove recarmi quasi ogni giorno, il mio contratto era giunto al termine, e tu saresti stato una disgrazia del passato. Avrei sotterrato gli attimi nell’abisso della mia memoria e catalogato te come l’errore più grande. L’avrei fatto se con insistenza tu non ti fossi ripresentato nel mio cammino. Di nuovo i tuoi appezzamenti, il tuo cercarmi, il tuo desiderarmi, il tuo esser certo di tenermi in pugno. Non possedevo armi di difesa, né nessuno pronto a difendermi. Colui che si beffava d farlo, in realtà era il mio primo nemico e io ero troppo offuscata, troppo ingenua, troppo bisognosa di affetto per capirlo. Lo stress di un lavoro stabile che tardava ad arrivare, poi la disoccupazione che mi portò a limitare i pasti e a fare i conti con i mei conti. Ad un tratto perfino un chilo di frutta sembrava costare troppo, e così mi ridussi per mesi a nutrirmi solo di biscotti, la cosa più economica che c’era. Nonostante tutto io ti invitavo a pranzo, a cena, e tu non ti sei mai presentato neanche con un fiore. Il tuo fiore ero io. Un fiore che incurante profanavi. Ti parlavo, ma tu non avevi la sensibilità di ascoltare, per te le mie erano solo parole pesanti e scomode che non volevi sentire. Così per chiudermi la bocca, tiravi indietro i miei capelli e mi obbligavi a succhiartelo chiamandomi puttana. Perché a te era così che piaceva. Squallido e senza sentimenti, riversavi sulla mia vita tutta la rabbia delle tue perfette giornate. Io ero quel surplus che dal momento in cui diventava scomodo era meglio tagliare via. Mi avevi completamente fatto il lavaggio del cervello che pensavo di essere io quella sbagliata. Che ciò che piaceva ad un uomo non era la dolcezza, ma la volgare provocazione sessuale e da lì i nostri messaggi spinti. Da lì le tue ripetute molestie. Mi picchiavi forte e a mano aperta, lasciandomi segni evidenti sul corpo. Poi, carponi a terra. Mentre tu ti rivestivi per andartene via. Mi spaccavi l’anima, un’anima che le mie lacrime continuavano a prendere a pugni. Non riuscivo ad allontanarmi da te. Non ne possedevo la forza. Ti cercavo e mi accusavi di disturbarti, mi ripetevi che ero pazza e che mi avresti denunciato. Io mi sentivo in colpa. L’unica mia colpa invece, era di essermi fidata di te. Non volevo crederci che colui che si era proposto come il mio super eroe, adesso diventava il mio antagonista. Per mille e mille volte ho tentato di dimostrarti e mostrarti il mio amore, tu mi urlavi, aggredivi, respingevi, ma contemporaneamente facevi in modo di avermi sempre ai tuoi piedi. Mi insultavi, mi disprezzavi, odiavi il colore del mio rossetto, rimproveravi il mio modo di mangiare, ogni scusa era buona per accusarmi di colpe non mie, per farmi sentire uno sbaglio. Ma l’unico mio sbaglio era proprio quello di amarti, adesso so riconoscerlo. Io ero esausta, e per quante notti ho pianto, solo Dio lo sa.

Dentro di te sapevi che stavi giocando sporco, dentro di te sapevi ciò che provavo. Egoisticamente pensavi solo al tuo benessere e da me ti prendevi tutto il bello che potevo darti, sicuro del fatto che non ti avrei mai chiesto niente in cambio. Quando una donna ama, ama. Non chiede, ma dà. E di questo tu ne eri perfettamente cosciente. Da qui, il tuo abuso d’interesse.   

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“Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore all’inizio non capisco neanche cos’è. Ci vuole tempo.” Charles Bukowski

Poi, un giorno il destino mi è alleato e mi presenta sul mio cammino un uomo così sensibile da accorgersi che qualcosa ricolma i miei occhi di lacrime e il mio volto d’angoscia. La mia infinita tristezza divenne così sottile che fu impossibile intrappolarla a lungo. Con la sua delicatezza iniziò a curare tutti i tuoi danni. Ad estrarre tutti i coltelli che avevi conficcato nel mio corpo. Piangevo e ti chiamavo amore, fra occhi teneri e braccia forti che quel mio amore lo definivano “ossessione”. Un’ossessione che tu avevi costruito, sulla base di illimitate illusioni. Da te a poco a poco, mi stavo allontanando. Probabilmente cominciò a mancarti il terreno sotto i piedi ed il tuo “io” interiore aveva bisogno di essere ancora venerato, gonfiato, di essere allontanato da una routine quotidiana, di alimentare il tuo interesse, il tuo ego. Tornasti a farti sentire. Il distacco era fresco, il tempo trascorso era poco, ed io ho voluto crederti di nuovo. Per te avevo bisogno di un uomo di polso che mi facesse capire chi comanda, quante volte me l’hai ripetuto. E così pur se c’era avanti a me un amore vero, tu viscidamente avevi deciso di insediarti di nuovo. Eri quell’ombra latente che mi faceva riemergere il dolore. Alla scadenza di un ulteriore mio contratto mi proponesti un lavoro. Forse ti eri accorto di avermi fatto così tanto male da voler in qualche modo aiutarmi seriamente. Ma purtroppo quelli come te non fanno niente senza avere un proprio torna conto. Avrei dovuto capirlo subito, del resto già l’avevi fatto. Avevi proposto me in un posto di lavoro da cui volevi trarre un guadagno personale, sapevi che avresti fatto un’egregia figura e che ne sarebbe valsa della tua reputazione. E’ risaputo che l’occasione fa l’uomo ladro. Tu eri il ladro della mia esistenza. Hai posto le mani avanti affermando che non avresti garantito per me, che in qualsiasi caso il tuo operato non doveva esser compromesso. Quando queste frasi mi giunsero alle orecchie non potevo crederci. Mi sentii nuovamente usata. Non stavi proponendo una persona incontrata per caso in un posto qualunque, stavi proponendo la donna con cui hai rischiato pure di avere un figlio. Entravi passandomi avanti senza neppure salutarmi, ma voltandoti di lato e chi sapeva che eri stato tu a propormi per quel mestiere mi domandava perché non mi degnavi neanche di uno sguardo, io non sapevo cosa rispondere. Per mesi e mesi mi hai posto in una situazione di difficoltà anche lavorativa, facendomi disprezzare l’ambiente che mi circondava. Ho continuato a sentire il freddo nelle ossa, freddo come lo era il tuo sguardo quando sfondava il mio, freddo come il tuo cuore quando mi sorridevi con aria di superiorità, in assenza di gente, freddo come fredde sono le colonne di marmo dietro cui speravo di non vederti apparire. Quando sentivi gli elogi nei miei riguardi ti vantavi di avermi condotto tu lì dentro, ma se solo avessi detto il vero, saresti stato disprezzato da chiunque. Hai distrutto la mia vita, recandomi malattie pure fisiche a causa di stress psicosomatico. Ho visto la sofferenza di chi mi ama davvero perché per mano tua continuava a vedermi appassire in silenzio, fra un cordoglio struggente. Hai fatto in modo che intorno a me regnasse il deserto e la disperazione. E non hai mai voluto ascoltare tutto ciò che io avevo da dire. Ogni volta mi tappavi la bocca, mi mettevi all’angolo e mi rendevi incapace di reagire. La tua frase più celebre era “Io voglio essere ascoltato” e non ti curavi di ascoltare me, di ascoltare il mio cuore, la mia anima sulla quale ogni volta non perdevi occasione per scagliare una pietra. Hai abusato del mio corpo, della mia mente, della mia vita, mirando solo a ciò che facesse il tuo interesse, il tuo benessere. Hai violentato la mia esistenza per tanto tempo, facendomi credere di farmi del bene. Invece, mentre io mi curavo e preoccupavo di te, tu ti divertitevi a distruggermi. Adesso ho smesso di temerti e tu hai smesso di intimorirmi. E questo nero su bianco è la prova che per quanto tu ti sia subdolamente impegnato ad approfittare di me sotto ogni punto di vista, io ho avuto la forza di esternare la luce di quel coraggio che da sempre mi ha caratterizzato. Adesso tu con lo stesso coraggio con cui mi recavi sofferenza continua, guardati allo specchio ed apprezzati per la bestia che sei e per l’uomo che non sarai mai in grado di essere. Perché mentre io rinasco, tu muori.   

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