A mio padre

Mio padre era quello che quando sono nata mostrava a tutti i miei occhi azzurri, perché come i suoi.

Mio padre era quello che mi portava alle giostre del “Tato” della mia città ed i suoi occhi azzurri sorridevano con i miei per ogni volta che vi salivo sopra.

Mio padre era quello che seduti sul tappeto, giocava insieme a me con la mia collezione di personaggi trovati nell’ovetto Kinder.

Mio padre era quello che si svegliava due ore prima la mattina per prepararmi la colazione. Sul tavolo trovavo ogni cosa, era una tipica colazione “continentale” forse anche meglio di quelle offerte dagli hotel.

Mio padre era quello che si svegliava due ore prima la mattina per correre a comprare la focaccia o le pizzette con l’Estathè al panificio, solo perché tutti i bambini le avevano a merenda e lui voleva che mi sentissi fortunata come loro.

Mio padre era quello che diceva che di pantaloni e scarpe ne aveva tanti, mentre io lo vedevo camminare sempre con i soliti tre, lo diceva soltanto perché preferiva arricchire il mio armadio ed il mio sorriso.

Mio padre era quello che mi spiegava come allacciare le stringe delle scarpe, ma che a volte dimenticava come si facesse.

Mio padre era quello che anche se tornava stanco da lavoro non era mai troppo stanco per controllarmi i compiti, aiutarmi a fare le ricerche assegnate o riascoltare per tante e tante e tante volte la lezione da imparare per la verifica del giorno seguente, pure se ciò voleva dire rinunciare al suo programma preferito o ad una partita di calcio. Finché non era certo che fossi convinta di saperla lui quel libro non lo chiudeva, pure se i suoi occhi invece a volte sì.

Mio padre era quello che mi raccontava le fiabe, ma quelle da lui inventate sul momento sono sempre state le mie preferite, cominciavano sempre con “C’era una volta…” poteva essere una principessa, un principe, una bambina, un animale, fatto sta che tutte non finivano mai, perché si addormentava sempre prima. Io lo guardavo, lo abbracciavo nel lettone, chiudevo gli occhi ed immaginavo sognando il finale di quei racconti.

Mio padre era quello che cantava le canzoni degli anni ’70-’80 riadattandole a ninne nanne, mentre gli altri bambini si addormentavano con filastrocche io mi addormentavo con “Io Vagabondo” dei Nomadi “Piccola Ketty” dei Pooh “Un’avventura” di Battisti, i Dik Dik, l’Equipe84 e tutti gli altri cantanti della sua epoca, sembrava un Jukebox. Ma infondo era piacevole proprio perché differente.

Mio padre era quello che mi portava con lui a lavoro e si divertiva a spiegarmi l’utilizzo di quelle stanze della curia vescovile, tutte con lo stesso odore, simile a quello della naftalina, la mia preferita però era la biblioteca, numerosi libri ricoperti di polvere e dal profumo di carta antica.

Mio padre era quello che mi ha insegnato ad andare in bicicletta e per ogni volta che mi sbucciavo un ginocchio andava più in preda al panico lui di quanto potessi andarci io.

Mio padre era quello che mi portava al mare e che mi ha insegnato a nuotare e a tuffarmi dal trampolino più alto.

Mio padre era quello seduto in prima fila alla recite scolastiche che gridava: «Brava!» applaudendo più forte di chiunque altro.

Mio padre era quello che ogni giorno fino all’ultimo anno di liceo mi svegliava per andare a scuola, solo per timore che facessi tardi. Io non avevo l’orologio a sveglia, era lui la mia “sveglia umana”.

Mio padre era quello che trovava sempre tempo per me.

Mio padre era quello che un giorno fu colpito da una malattia. Una malattia che lo allontanò da me per un periodo. Una malattia che mutava il suo umore, una malattia che non gli permetteva più di spiegarmi le sue amate mosse di karatè, perché dopo poco gli si mozzava il fiato per la fatica. Una malattia che lo portò a nascondere i suoi trofei, le sue cinture conquistate con gli anni, perché vederle gli facevano rendere conto che era stato qualcuno che non poteva più tornare ad essere. Per lui era come guadare la vita di un altro. Quella malattia lo aveva piegato in ginocchio.

Mio padre era quello che dopo mesi e mesi di ospedale usava una mascherina e che per molto tempo più di tanto non poteva starmi accanto, i suoi anticorpi erano bassi, gli occorreva assoluto riposo.

Io non l’avevo mai visto fermarsi un attimo e quando cominciai a percepire che tutto sarebbe cambiato, capii che io dovevo essere la sua forza. Mi promisi di non piangere mai, ma di mostrarmi sempre coraggiosa.

Mio padre era quello che quando cominciò a riprendere vitalità volle riportare alle origini tutto quello che gli era permesso di ricondurre indietro. La domenica comprava i pasticcini ed una rosa per tutte le donne della sua famiglia e non mangiava finché tutti non eravamo seduti intorno al tavolo. Ogni tanto ci portava al cinema o a cena fuori.

Mio padre era quello che mi aspettava alzato fino a tardi quelle volte che uscivo la sera, che ci ha provato ad insegnarmi a guidare il motorino, ma che non ci è mai riuscito, quindi se gli telefonavo perché mi occorreva un passaggio, lui non mi diceva mai di no.

Mio padre era quello che mi accompagnava ai concerti del mio gruppo preferito, urlando e ballando anche lui come un folle in mezzo alla folla, poi correvamo dietro al palco in cerca di un autografo. Era divertentissimo.

Mio padre era quello che aspettava con ansia l’esito di un mio esame, che si fece prendere dalla paura quando scoprì che ero uscita di nascosto con il mio primo ragazzo, quando incominciò a capire che stavo diventando grande.

Mio padre è quello che se ho la febbre mi telefona cinquanta volte al giorno e mi ripete l’elenco di tutti i medicinali che devo prendere, è quasi meglio di un medico.

Mio padre è quello che mi scrive su Whatsapp perché teme sempre di disturbarmi, ma che se non rispondo mi ricorda che lo faccio preoccupare. Per sentirmi più vicina si è affacciato anche alla tecnologia moderna.

Mio padre è quello che mi fa sempre le stesse raccomandazioni da quando sono nata, le conosco tutte a memoria, ma gliele lascio dire lo stesso perché so che gli fa piacere.

Mio padre è quello che difficilmente ha accettato la mia voglia di indipendenza e la mia determinazione, perché mi hanno condotta a vivere lontana da lui, ma che mi stima proprio per questo.

Mio padre è quello che sostiene per primo i miei sogni, mentre un tempo mi diceva di lasciar perdere… si è arreso alla mia caparbietà e ha cominciato a crederci pure lui, diventando il mio più grande fan.

Mio padre è quello che non ha mezzi termini per dirmi una cosa bella o brutta che sia, ma che comunque a modo suo, cerca sempre di incoraggiarmi.

Mio padre è quello che raramente gli capita di sentire le mie parole dette col fiato tagliato, ma per quelle rare volte capisce che ho pianto anche se nego. Si rende conto che un corpo è come una cisterna, alla fine tutta l’acqua accumulata deve essere liberata e si affligge con me ed io con lui quando non gli sembro felice.

Mio padre è quello che capisce dal mio tono di voce squillante che mi è successo qualcosa di bello e spera con me affinché quel qualcosa persista nel tempo.

Mio padre è quello che evita da sempre di parlare degli uomini che mi fanno battere il cuore e girare la testa, perché ha sempre il timore di vedermi soffrire.

Mio padre era quello che la prima volta che mi vide salire su un treno in partenza senza conoscere il mio ritorno, sventolò un fazzoletto bianco con gli occhi azzurri pieni di lacrime.

Mio padre è quello che tutt’ora dopo anni, continua a sventolare quel fazzoletto bianco con gli stessi occhi azzurri che mi sorridevano da piccola, magari un po’ ingrigiti, ma sempre colmi di emozione, perché per lui sono sempre la sua bambina.

Perché di uomini è pieno il mondo e ne passeranno nella tua vita, ma solo uno non ti giudicherà mai, cercherà di comprendere le tue idee e continuerà a proteggerti tenendoti per mano anche se distante, a vederti con lo stesso identico sguardo di sempre.

A mio padre, auguri papà.

lunaticreator padre-e-figlia

A mio padre *19 Marzo* Festa del papà

 

 

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